Poesia

La strega

È bella come la terra rossa.

Dritta, sempre. Forte
come un tronco basso o della roccia.

Vive senza madre
E un gatto (naturale).

Medita a testa in giù.

La Strega è bella – l’ho detto – rossa come il fuoco la sua pelle
arde al sole;
Ricorda qualcosa dell’idea che ho dell’India, dove è stata
Sola
Disegnando col caffè e insegnando
arte per sopravvivere;
Ti guarda e ti ama.

La ricordo ballare sotto un arco di pietra
srotolandosi dalla bocca un filo rosso – il filo
Di Arianna nel labirinto dell’intestino del corpo.
Un incantamento
Un incantesimo per legare la realtà attorno a sé
gli spiriti che vede, le anime che accarezza.

La Strega mi ha letto la mano una volta
Dicendomi che avrò tre amori nella vita
Dicendomi che mi sarei presto lasciata qualcuno alle spalle
E che la mia arte viene dalla mia sofferenza

In una notte di festa
Ci siamo regalate al mare
E abbiamo guardato i fulmini sull’acqua

Mi ha detto:
“Sei più libera di quanto non pensi.”

E questo, sulla libertà (mia)
È il mio più grande dubbio.

Segreti

Sei invidiosa come la merda

Helena F. Vantigli
È una bambina. Una bambina delle mie vacanze al mare, quella che è arrivata, un giorno normale tra quei giorni tutti speciali, e si è messa a guardarci, con quei suoi occhi enormi e un sorriso da insetto.
Era una di quelle bambine piccine e ossute che piacciono a tutti perché sono vere. Non come me che ero una di quelle bambine brave e belle che sognano di avere i capelli lunghi fino ai piedi e si immaginano a 18 anni a entrare nei bar e a farsi offrire le brioche alla crema ( “Mai vero” direbbe la Giulia. Ho capito poi di non avere quel tipo di bellezza per cui ti offrono da bere alle serate, quanto piuttosto quella per cui se urti un signore in metropolitana ti senti dire “Signorina, se fosse successo 40 anni fa!”).
Era una bambina vera, di quelle che si fanno male mentre giocano, che corrono in bici fino a non avere più fiato. Di quelle bambine che hanno qualcosa di selvatico, troppo sfuggente per starmi simpatica: non voleva essere mia amica. Per questo ho detto che aveva un sorriso da insetto. Avrei detto anche gli occhi da insetto, ma sarebbe stata una bugia. Ho pensato occhi da gatto, ma sarebbe stato troppo lusinghiero.
Helena – Lena, per tutti noi altri bambini- aveva un orribile neo sulla pancia, i capelli liscissimi come spaghetti di soia e una sera – una sera di festa di mare tra i muretti bianchi e i pini- se ne sparì.
Io me ne ero accorta un bel pezzo prima degli altri, ma non avevo detto niente. Ero contenta che non fosse lì con noi, che con quella sua bocca gigante non disturbasse i miei giochi. (“Sei invidiosa come la merda” direbbe la Giulia). Io non volevo cercare Lena, e che nessuno la cercasse.
Comunque non poteva mica essere lontano o chissà cosa. Nessuno di noi se ne sarebbe mai andato da solo oltre le luci delle case. Io di certo non lo avrei fatto.
Ma la Lena, con quelle gambette stecche e la sua mountain bike rossa, con quella sua aria da avventuriera boh, lei forse sarebbe andata.