Femmine

Mestruazioni

Enjoy menstruarion in the subway, Stoccolma, Liv Strömquist

Io voglio che tutti lo sappiano
Che alcune donne- magari non tutte, va bene
Vorrebbero tanto tanto tanto
Che voi le amaste (nel modo più carnale che riuscite a immaginare)
Anche durante “quel periodo del mese”

Desideri

Ti aspetto

Torna presto!
Senza di te è terribile questa casa
è una gabbietta
non si respira per il poco spazio.
Con te invece – e me
è perfettamente piena:
Mi muovo tra la tua pancia e i fornelli
Scavalco le tue gambe sottili e apparecchio la tavola
Mentre tu cucini da sotto le mie cosce .
Questa casa piccola
è lo spazio perfetto
per vivere toccando la tua pelle.

Poesia

Silenzi

Vorrei piangere tra le tue braccia
perché abbiamo dentro gli stessi mali
e non possiamo guarirci.

Si spalanca dentro di noi
lo stesso abisso
e non possiamo guarirci.

Non si guarisce la solitudine
se non quando, lucidamente,
non superiamo l’Uno
nella carne che scivola.

Ma c’è più di questo:
c’è che riconosco in te
un dolore
e una lotta eterna.
Un coraggio
e una forza
indicibile.

In te e in me riconosco
la stessa immedicabile nostalgia.

Segreti

Fuga estiva.

Ho la testa piena di presente

satura delle persone

fatico a trovare uno spiraglio d’aria

per ritrovarmi altrove

mi rifugio tra le erbacce con gli insetti

La luce

e queste case vecchie

– davvero non so come –

mi ricordano Parigi.

 

Ho freddo

il silenzio mi coccola

sono felice di essere qua, le voci mi chiamano

– si può stare ancora un attimo in disparte?

La magia di certe cose che si creano

sono felice

e viva

per questo c’ho la pancia in subbuglio

per certe cose strane belle

umane

di innamoramenti-

perchè è così doloroso, un Innamoramento ?

Perché  è profondo e slegato dal mondo quotidiano

c’è sempre un po’ di dolore nelle cose belle e nuove

ci si porta dentro le differenze col “prima”.

Ah, questo maledetto “prima” che incatena la memoria e la gioia della scoperta difficile di quello che ancora non si sa, di quello che credevi di sapere e non sai, di quello che sai

e di come è scoprire che la vecchia grammatica, le vecchie regole che una volta – prima – erano tutto e oggi non valgono più…

 

 

Tuona.

Vado

Torno in casa.

 

[Non c’è ombra di silenzio immedicabile
Ma sempre immedicabile resta
un Amore.]

Desideri

Ri- conoscere

Quanto tempo ci vuole
Prima che riusciamo a riconoscerci.
Quante volte ti dovrò guardare ancora
Prima che mi sia familiare ogni singolo tratto,
Prima che mi basti un mezzo profilo coperto per dire
“Sei tu”.

Abbiamo parlato una notte,
Ti sei coperto il viso,
Non ti ho guardato per un tratto di strada
E non mi ricordavo niente della tua faccia.
Ho pensato:”Se non ti riconosco gli occhi…”

Quanto tempo ci vuole
per riconoscersi gli occhi
Quanto tempo ci ho messo
prima di abituarmi al tuo ghiaccio
Quanto ci ho messo
per sentirmi a casa nel tuo sguardo
Quanto

Adesso il naso non mi stona nella faccia
Riconosco i dettagli da soli
Sono dei fatti nella mia memoria
Con le mani li ho scolpiti nella mia memoria
E adesso il tuo naso
Lo riconoscerei anche fosse da solo,
Un naso senza una faccia.
Le ossa del cranio, quegli zigomi sporgenti
Mi sono chiari
Familiari spuntoni di ossa, roccia
Dalla tua faccia bianca – a una faccia scura di terra
Non sono più abituata: era il colore del mio amore di una volta,
Il colore di una faccia di legno o d’argilla.
Adesso il mio amore ha la faccia di marmo
E tu, creatura di legno o d’argilla,
Non mi appartieni perché non ti riconosco
E non ti appartengo perché non ti riconosco
E mi bastano 5 minuti per dimenticarmi della tua faccia.

È capitato che camminassimo soli sotto la luna
Eppure non ho desiderato di baciarti
Perché la bocca-
Ne conosco una di bocca
La sua bocca. E bene.
Ma questa, alla vista, la confonderei con mille altre bocche
A occhio nudo, una bocca è una bocca
Belle tutte o quasi
Buone tutte o quasi tutte da baciare
Ecco.
La bocca bianca del mio amore di marmo
La conosce la mia bocca
E da sempre
Come non potessero esistere altri incastri
O potessero, esistono, sono esistiti,
Ma nessuna bocca conosce la mia
Dallo stesso tempo enorme, dagli stessi secoli
Da cui la mia bocca e la sua bocca in quella faccia di marmo
Si riconoscono e subito si sono riconosciute
Come se al tempo degli Egizi
Fossero state scolpite insieme
Dalla stessa sabbia.

Perché, di fatto, le bocche sono sempre calde
– bocca di sabbia su marmo.

Deliri

Basta questo tempo

Basta questo tempo
In cui ritorna sempre
Lo stesso dolore vecchio
Dai suoi cumuli marci a cui si resta disperatamente aggrappati
Che nessuna acqua ha lavato via
Nessuna pioggia
Nessun tempo
Rimangono cumuli di
Memorie marcite fermentate
Ma tutto ancora
Perché
Non passa questo dolore inutile
Di cose vecchie
Perché non ci lascia mai davvero alle spalle
non si chiudono mai davvero le porte
Come mi piacerebbe se
Quei momenti di mezzo
Rimanessero sospesi
Quanto mi piacerebbe se
Niente
Cadesse oltre il muro delle conseguente
Se per sempre rimanessero immutati quei momenti in cui
Non è ancora successo niente
E tutto può ancora succedere
Non si dice niente
E tutto si è già immaginato
Se rimanessero eternamente in fieri
Possibilità costanti
E invece
Si cade dall’altra parte
E si sbrodola si esonda
Si slabbrano tutti i confini delle cose
E il mondo è sottosopra quando poi si deve scegliere
Vorrei essere meno rigida di come sono meno moralista morale etica fifona fifona meno fifona pensare meno alle conseguenze delle cose vivere in quei momenti di eterne primavere sospese
Invece poi quei granelli di dolore vecchio di cose che erano esondate quando sarebbero potute diventare altro da quello che erano da quello che poi sono diventate – cioè niente
Quei granelli di dolore
Distruggono i vetri li rigano
Sbrodolano tutto di marcio
Come foglie morte umide
Marcite
Marcite
E ci resto aggrappata a questi cumuli marci dentro
E non lo sopporto più questo dolore che ritorna ritorna ritorna
Quando credevo non ci fosse più
Basta un gesto davvero un gesto di due cose che non si guardano di una repulsione come due poli uguali che si respingono si rigettano e mi pare che non ho mai saputo scegliere niente che non mi terrò niente che tutto ho buttato butto butterò via che sarò vecchia e triste ma in una bella casa di foglie marcite che sono tutti quei dolori che non ho digerito che sono tutte quelle porte che ho creduto accostate che invece erano chiuse e che invece erano sprangate
E il dolore sarà di averle credute ancora vive
Di averle tenute in vita dentro uno stomaco da mucca
Quando invece tutto era morto per sempre da mesi.

Poesia

La strega

È bella come la terra rossa.

Dritta, sempre. Forte
come un tronco basso o della roccia.

Vive senza madre
Con un gatto – naturale.

Medita a testa in giù.

La Strega è bella – l’ho detto – rossa come il fuoco la sua pelle
arde al sole,
ricorda qualcosa dell’idea che ho dell’India, dove è stata
sola
disegnando col caffè e insegnando
arte per sopravvivere.
Ti guarda e ti ama.

La ricordo ballare sotto un arco di pietra
srotolandosi dalla bocca un filo rosso – il filo
di Arianna nel labirinto dell’intestino
Un incantamento
Un incantesimo per legare la realtà attorno a sé
gli spiriti che vede, le anime che accarezza.

La Strega mi ha letto la mano una volta
Dicendomi che avrò tre amori nella vita
Dicendomi che mi sarei presto lasciata il primo alle spalle
E che la mia arte viene dalla mia sofferenza

In una notte di festa
Ci siamo regalate al mare
E abbiamo guardato i fulmini sull’acqua

Mi ha detto:
“Sei più libera di quanto non pensi.”

E questo, sulla libertà (mia)
È il mio più grande dubbio.

Segreti

Linea 61

Quando una città diventa la tua città
Cominci ad averci dei ricordi sparsi

Non solo sai orientarti per le vie
E non solo secondo le fermate della metro

Ma persino se passi in qualche posto
Pensi “ah, qui è successo…”

Quando una città diventa tua
È piena di fantasmi
E negli angoli
Ci rivedi delle persone
Che magari non sono più nella tua vita
E quando ci passi magari piangi un po’
E ne parli con chi è con te
Per mantenere vivo il ricordo, quella persona
E anche per testimoniare che tu lì,proprio lì su quella mattonella
Ci hai vissuto
Ci sei passato

E così ogni volta che vedo quella fermata
Penso che lì proprio lì ci sono stata solo alla mattina presto
È la fermata dei miei ritorni a casa dopo certe lunghe notti
E quella fermata lì
La conosco solo alla mattina, stanca, insonne
Ed ha un valore immenso quell’angolo di strada
Che racchiude un segreto solo per me.

Desideri

Judy

Da oggi comincio.
Non si può dire “ri-comincio” perché non c’è proprio nulla che si ripeta, anzi.
Zero conosciuto, tutto da scoprire.
So che detto così suona alla grande
Eppure
Va beh che c ‘è sempre la paura di quello che non si conosce
del salto nel vuoto
“Ogni uscita è un’entrata in un altrove”
C’era scritto sul muro di una camera da letto
Va bon

Faccio che provo a essere spietatamente sincera nello scrivere, ché so che a leggermi sono più o meno tutte persone che mi vogliono bene e così  – V. , L. , C. , A. , M . , E. –
È un po’ come se dirrettament parlassi con voi…diciamo, mi immagino voi mentre leggete, ecco.
E immagino anche mi possiate un po’ capire…

È quanto meno impegnativo convincersi che non si stia buttando del tempo a fare questa cosa che vogliamo fare, questa cosa del teatro dico, perché non c’è quasi niente che possa testimoniare che effettivamente lo stiamo facendo – e dici poco- e che questa cosa abbia un qualsivoglia valore.

Per chi poi, all’infuori di noi?

E questa non è che la punta dell’ Iceberg.

E poi mia sorella mi ha fatto vedere Zootropolis.

Ed ecco che di nuovo tutto ha un senso.
Per il fatto che tutti ci sentiamo un po’ Judy: soli a combattere una battaglia titanica contro il mondo intero che non riesce – o non vuole- vedere in noi altro che quello che siamo oggi o che siamo stati fino a ieri. Noi siamo Judy per tutti i nostri “No”: Quelli che abbiamo ricevuto e , soprattutto, quelli che noi stessi ci siamo ripetuti fino alla nausea dopo ogni disfatta, grande o piccola che fosse. Come se non bastasse, aggiungiamoci anche tutti quei NO che rimbombano nella nostra testa  PRIMA: prima di una prova importante, prima di un colloquio, prima di un provino, prima di una sfida, prima di un appuntamento, prima di una festa, prima di un viaggio, prima di tutte le prime volte e prima di darci ogni possibilità.

Bene.

La mia lezione di oggi è un cartone animato.

Bene:
Da un lato il mondo che mi si presenta con tutte le Difficoltà Disillusioni
Frustrazioni                                        
Vedo un mare di gente triste, affogata nei compromessi, soffocata dai fallimenti
E penso: ” Chi sono io per sfuggire all Realtà?”

C’è una parte di me però che non ci crede
Che ostinatamente e dolorosamente rimane attaccata a tutti quei cartoni Disney in cui ” i Sogni son Desideri” e lo diventano, Realtà.
Con il duro lavoro certo, come insegna Tiana – the Princesse and the Frog – Ma anche e sempre con un pizzico di magia.
Che esiste. C’è proprio, nei cartoni, che arriva a soccorrere l’eroina – o eroe- e le ricorda che ne vale la pena e che la strada che ha imbroccato è quella giusta. Nei cartoni animati.

E allora si tira la pelle:                                                     
Da un lato la bambina che crede che sia possibile realizzare i propri grandi e bei progetti
Dall’altro il grigiume di una nonna rancida che strilla di bollette e decenza e sopravvivenza

Poi mi guardo Zootropolis con mia sorella.

E penso che oggi ci possano salvare solo i cartoni animati così. Niente di meno.

 

E anche per oggi, vince la teenager.

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Segreti

Sei invidiosa come la merda

Helena F. Vantigli
È una bambina. Una bambina delle mie vacanze al mare, quella che è arrivata, un giorno normale tra quei giorni tutti speciali, e si è messa a guardarci, con quei suoi occhi enormi e un sorriso da insetto.
Era una di quelle bambine piccine e ossute che piacciono a tutti perché sono vere. Non come me che ero una di quelle bambine brave e belle che sognano di avere i capelli lunghi fino ai piedi e si immaginano a 18 anni a entrare nei bar e a farsi offrire le brioche alla crema ( “Mai vero” direbbe la Giulia. Ho capito poi di non avere quel tipo di bellezza per cui ti offrono da bere alle serate, quanto piuttosto quella per cui se urti un signore in metropolitana ti senti dire “Signorina, se fosse successo 40 anni fa!”).
Era una bambina vera, di quelle che si fanno male mentre giocano, che corrono in bici fino a non avere più fiato. Di quelle bambine che hanno qualcosa di selvatico, troppo sfuggente per starmi simpatica: non voleva essere mia amica. Per questo ho detto che aveva un sorriso da insetto. Avrei detto anche gli occhi da insetto, ma sarebbe stata una bugia. Ho pensato occhi da gatto, ma sarebbe stato troppo lusinghiero.
Helena – Lena, per tutti noi altri bambini- aveva un orribile neo sulla pancia, i capelli liscissimi come spaghetti di soia e una sera – una sera di festa di mare tra i muretti bianchi e i pini- se ne sparì.
Io me ne ero accorta un bel pezzo prima degli altri, ma non avevo detto niente. Ero contenta che non fosse lì con noi, che con quella sua bocca gigante non disturbasse i miei giochi. (“Sei invidiosa come la merda” direbbe la Giulia). Io non volevo cercare Lena, e che nessuno la cercasse.
Comunque non poteva mica essere lontano o chissà cosa. Nessuno di noi se ne sarebbe mai andato da solo oltre le luci delle case. Io di certo non lo avrei fatto.
Ma la Lena, con quelle gambette stecche e la sua mountain bike rossa, con quella sua aria da avventuriera boh, lei forse sarebbe andata.