Alfabeto

V.

Sei un crepaccio

una ferita.

C’è pudore in quello che scrivo

non in ciò che vedo, penso

riconosco nel tuo dolore.

Resta l’immagine della grotta di cristalli

risonanti al minimo eco.

In più, oggi,

questa grotta è sul fondo di un abisso

di un crepaccio stretto

di una cicatrice lunga.

 

In questo, che scrivo,

i miei occhi sono pieni di bellezza

per quello che ho visto

per quello che vedo.

Piccole gioie

Fizzy

Quando nel cuore si hanno quelle bollicine, quel pizzicorio….

Allora davvero tutto è più bello. Più dolce. Più rosa.

L’avevo dimenticato.

 

E il bisogno inspiegabile impellente

di dire di scrivere di ridere di strillare:

“Ehi, ti penso! Ehi, mi piaci! Ehi, voglio starti sempre appiccicata, sempre vicina alla tua pelle, sempre appesa alle tue braccia, sempre affogata nell’odore del tuo collo”

è come quella cosa vergognosa dei bambini

che continuano a guardare lo stesso cartone animato

anche se la strega gli fa tappare gli occhi dalla paura.

 

 

forse proprio per la strega…

 

Alfabeto

L.

Hai il cuore come quello di una mamma

buona.

Nel petto che nascondi

è scavato lo spazio di un corpo

un cesto di frutta dolce profumata,

 

Offri  e  Accogli.

 

Nel buio dei miei dolori

col tocco delicato sfiori la mia pelle che soffre

e una candela si accende.

 

Queste tue mani di fili di lana

Questo tuo sterno concavo

Sono presagi di un amore grande

Ancora serbato.

MaleAmore

Un male che non passa

C’ho un male che non passa.

È colpa di questa bestiaccia maledetta che è l’Amore e che, se ti piglia, non ti lascia.

Funziona così: una volta che ci sei stato dentro, non te ne liberi: lascia una traccia che anche se credi di aver trovato una scappatoia, di essere purgata, di essere finalmente pronta a una vita nuova… Questo ti tormenta, torna e gioca con te come il gatto col topo.

Ad ognuno poi- l’Amore è furbo- lascia una cicatrice ben precisa. Colpendo al tallone d’Achille, regala una ferita che non si sutura.

A qualcuno lascia lividi, segni nel corpo ben visibili. Ad altri chiede avido la Vita.

A me…

Da me si è preso i sogni.

Non è che non sogno più, che le mie notti sono nere, dei cubetti di vernice appiccicosa. Fosse così, andrebbe meglio. Fosse così…

La mia maledizione e rivivere nei sogni tutto ciò che è stato. Uno sguardo, un sorriso, una carezza…

Quello sguardo. Quel sorriso. Quella carezza.

Sua.

Poesia

Avventura

“Non v’è riposo alla speranza mai.

A difficili amori io nacqui.”

E. Morante

 

Hai una bellezza strana

Quasi quella rara delle pietre

Che sono luce colorata

Sepolta nel buio della rocce

incastrata incastonata bloccata

trattenuta serbata nascosta protetta

custodita!

Regalata a chi si regala

Alla terra

All’impresa

Alla disfatta

Poesia

Se sapessi disegnarti

Dalla tua bocca spalancata

escono i mali del mondo.

Eri un fiore, eppure –

Sei un lupo dilaniato

Un bambino solo.

Hai paura del buio?

Cosa vedi quando chiudi gli occhi belli?

Quali mostri?

 

La tua fragilità mi terrorizza.

Piccole gioie

Quello che succede dentro

È come se, dentro ognuno di noi, ci fosse un tavolo.

Quando siamo innamorati, allora il tavolo è apparecchiato per due e tutto è pronto e bello e in ordine. Si cena anche, in due: il nostro ospite siede di fronte a noi, cena dopo cena.

Quando finisce una storia d’amore, il tavolo resta apparecchiato, ma la tovaglia è macchiata, i piatti sono sporchi, il bicchiere mezzo vuoto e briciole dappertutto. Per quanto si provi a invitare persone a cena, nessuno riesce ad accomodarsi e si finisce per cenali soli. Si è tristi perché si continua a vedere il fantasma del l’ospite ma non si ha la forza di sparecchiare tutto quanto.

Dopo un po’ di tempo -e ci vuole tanta pazienza- si trova la forza di liberare il tavolo. Sì, le cene restano solitarie, ma almeno si sta bene: tra sé e sé non è poi così male.

E alla fine arriva la magia.

All’improvviso, e non si sa mai bene come, tra un boccone e l’altro si alza lo sguardo e ci si accorge che il tavolo è di nuovo apparecchiato per due.

E l’altro posto è libero.

 

MaleAmore

Una notte disperata

Ovvero

quando mi sono accorta di non credere più nell’amore.

 

Mezzanotte. Stanze deserte. Luci spente.

“Il buio delle casa deve testimoniare il vuoto che sento dentro” penso.

Lasciato il mare, approdata in città. Abbandonata la vacanza, mi ritrovo a mia volta abbandonata da chiunque mi conosca e viva nel raggio di 20 km da casa mia.

“O mi guardo un film…o mi guardo un film” penso.

Accendo la televisione e sono come mia nonna che si consola con la voce di Antonella Clerici.

Mi sforzo di ridere il più a lungo possibile per convincermi di essere felice, ma appena stacco gli occhi da Charlie Chaplin un’impietosa stretta allo stomaco mi rigetta nel buio del salotto.

Esco sul balcone: “Chissà che le stelle, la luna, non mi consolino almeno un po’…” e dei botti in lontananza mi rispondono: fuochi d’artificio per celebrare la mia straziante solitudine, evviva evviva.

Se non avessi già affogato una scatola di Kellogs nel gelato, mi getterei sulla Sacher nascosta in frigorifero.

Chiama mia sorella: in vacanza con gli amici, accompagnano la telefonata le loro risate in sottofondo

Come stai?

Male

Perché?

Mi sento sola. Ma meglio che mi ci abitui che tanto siamo soli per tutta la vita

…domani torno alle 7..

Ti passo a prendere, sì

Ok, ciao.

 

I miei gemiti da moribonda echeggiano per il quartiere.

“Ah, l’amore non esiste, non ci credo più!”

Ci hanno ingannato, tutti tutti i film che abbiamo visto! Per forza si rimane fregati, per forza si rimane soli: ci si getta fra braccia bramose di carne, e non di anime.

Spalmata sul divano, gorgheggio tra le lacrime la mia canzone preferita dei “Musica Nuda”:

“Da quando non ci sei

è sempre mezzanotte

è sempre il giorno dopo il giorno in cui rinascerò

da quando non ci sei

ho tutte le ossa rotte

e non c’è soluzione non c’è medicina”

 

Mi sono addormentata per sfinimento, con la testa dolorante ché di lacrime ce n’erano ancora, era finita la voglia di sanguinarle fuori.

“Se davvero credo che l’amore non esista, che nella vita siamo destinati ad essere sempre più soli…allora sto finalmente diventando grande” sussurro alla mia bambola prima di crollare.

 

Poesia

Il Tempo

E’ orribile un treno che non si ferma a una stazione.

E’ come dire

Addio

E’ come dire

Questa non la prendo

Qui non mi fermo

E’ come dire

Ogni lasciata è persa.

 

Però le cose vanno come vanno

E poi mutano come mutano

E domani è un altro giorno

E tra un’ora è un’altra ora

E tra un momento è un altro momento

E nessuno lo sa

E non si sa

Com’è

Dopo.

Poesia

Presagio

“Il presagio inchina già la fronte

All’annuncio” E. Morante

Caldo.
A forza mi tiro dentro le tue costole
Voglio passare gli strati di pelle
Di nervi
Di muscoli
Ed entrarti dentro
Diretta negli organi.

Sento il tuo corpo
La tua carne viva
Risponde
A questo oggetto freddo disperato
Che è la mia bocca
Che sono i miei occhi.
Braccia pazze
Nel tentativo estremo
Stringono più forte che possono
Aggrappandosi a tutte le sporgenze
Ossa-appigli
Le tue scapole sono maniglie per le mie dita ferite
Che scivolano lungo la schiena liscia
Immensa Come parete di sabbia.

Sento la tua mano che mi afferra e mi guida
Tutta intera
Mi conduce alla porta
Per ritornare.

Si parlano le nostre carni impazzite
No, la mia sola
È senza controllo
Come l’animale in gabbia che non sa dove fuggire
E scalcia e sgroppa e incorna
Io
Mi aggrappo con tutte le mie ultime forze
A te.

Sento che stai riempiendo
Col tuo corpo di ossa affilate
Un abisso che ho nel petto
Che il mio corpo è scavato da una forma
Che è la forma del tuo corpo e che senza te
Io sono un guscio semi vuoto.
Assetata (alla morte)
Disidratata di te
Mi ingozzo
Ti trangugio
Senza pause senza fiato ti divoro
E non ne ho abbastanza.

Sei bello come una statua.
Intagliato nel legno il tuo viso.